giovedì 9 luglio 2009

All Because Of You - Part Two

Dov'eravamo rimasti? Che qua lo so, perdo colpi a tutt'andare, sarà l'età...

Part Two, dunque il pomeriggio.

Waiting è la parola d'ordine.
Aspettare, aspettare e ancora aspettare...le voci sull'apertura dei cancelli sono contraddittorie, io non ho nemmeno l'orologio, per quello che può servire.

A un certo punto controllano i biglietti, con lo scanner, ho avuto un momento di panico "e se fosse un fake il mio bagarinato?"... poi capita che ti trovi davanti una persona che non vedi da anni, la riconosci subito e sembra davvero stranissimo, e pensi che la vita fa proprio dei giri incomprensibili, quanto probabilità c'erano?
E allora capisci che in fondo vale la pena, che se riesci ancora a sorridere e scherzare come se il tempo non avesse lasciato le cicatrici, forse, e dico fose, c'è ancora qualche speranza.

Ore 16.00 finalmente aprono i cancelli...cardiopalmo...la corsa verso il pit stile Fuga Per La Vittoria, il fiato che manca e le gambe di pappamolla mi rammentano che non sono più una runner.
Per la strada mi perdo i compagni di sventura, è un po' un peccato, ma inevitabile.
Mi fiondo in prima fila, sotto quella che pare essere la postazione mic. e finalmente provo a respirare.
Solo che respirare è decisamente arduo quando sei costretto in un recinto largo 4 metri e con una densità umana da fare invidia alla Cina.
Marchio il territorio con lo zaino, avvertendo i circostanti che quel posto è mio, pena la morte ed esco.

Finalmente toilet, meglio non commentare lo stato dei servizi, ma benedictat alle fesh & clean e ai rubinetti dotati di acqua corrente fresca

Poi ancora lo sconforto, la sensazione di vuoto, la mancanza di condivisione, il bisogno di avere qualcuno vicino, perchè sentirsi soli in mezzo a 77.000 persone fa riflettere, o forse è proprio quello il punto, più persone ci sono, più si percepisce che dentro c'è una voragine, che qualcosa manca, e ti chiedi a cosa serve avere guadagnato a duro costo la prima fila, e ti domandi se ne vale poi la pena, se non è solo un tentativo mal riuscito, se l'emozione che cerchi di risvegliare in realtà non c'è più.
Troppo caldo, troppa calca, troppi pensieri, ho cominciato a pensare seriamente di ritirarmi in tribuna, addirittura ho pensato di andarmene, sognavo il mio letto, agognavo una doccia, volevo chiamarmi fuori, arrendermi.
In quei momenti sono una piaga, lo so, mi è stato confermato, ho dei seri problemi a gestire "il vuoto che al solito ho di dentro", a trovarmi all'aperto, a gestire situazioni ansiogene, e non è giusto cazzo, perchè questo tarlo, questa cosa che mi porto dentro trasforma quelle che potrebbero essere cose belle ed emozionanti in occasioni di panico e di ansia.
Almeno qualcuno mi rimane, qualcuno che non mi stancherò mai di ringraziare.

Poi, mi sono decisa, ho preso un bel respiro e mi sono rituffata dentro, però avevo bisogno di oblìo, ho agguantato il mio zaino come una boa e sono crollata, destata dagli Snow Patrol, che loro sono bravi eh, niente da dire, ma il livello di energie residue calava vorticosamente verso la strisciolina rossa, quindi ho ignorato gli 80 decibel che avevo di fronte e ho chiuso gli occhi, stremata, li ho riaperti per il finale: Chasing Cars, bella potente, emozione, ho ripensato alla prima volta che avevo sentito quel pezzo, quattro anni fa, soundtrack di una delle prima puntate di Grey's.
RedBull come recovery system e via, tirarsi su.
E quello che avevo scritto è andato a puttane.
Quindi ci riprovo.
Mi hanno chiesto com'è stato il concerto,
Le avevo scitte prima quelle cose lì, che avevo parlato dell'Artiglio, dell'album nuovo che non reggo.
Cosa vuol dire,
Mi viene un po' di incazzatura, perchè prima avevo scritto bene.
Com'è stato il concerto.
Non lo so, Non riesco a tirarmene fuori, perdo obiettività come un colapasta.
Perchè e per come,
Perchè si ama, perchè si prova?
Non faccio esegesi del concerto io.
La maggior parte ultimo album, continua a non piacermi, No Line però è stata spettacolo.
Non è mia intenzione recensire il concerto.
Io dico che si ama e basta.
E mentre c'era Beautiful Day io non ero a San Siro, ero in Connemara in una giornata di dicembre, io pensavo agli arcobaleni.
Si ama punto. Non è necessario essere corrisposti. L'amore è un sorriso, è un gesto, è ogni momento plausibile, gli U2 sono una fonte di amore.
L'Irlanda è l'altra.
Si è quello che si è, io sono insopportabile persino al mio migliore amico.
Io diversa, io uguale, tornata nella mia cripta, io che vivo di quegli attimi.
Perchè dico io e poi ci credo.
Si ama e basta, a prescindere, quella voce, che anche se Bono It's like God, io Amo, e non ha nessuna importanza quello che ne consegue.
Ogni sorriso, ogni gesto spontaneo, ogni cosa che fa ghignare, ogni volta che mi sento sfigata perchè non so fare a stirare, ogni volta che quando sto crollando e mi viene da piangere (e questo succede tanto spesso, mio malgrado), ogni volta ce la faccio più o meno.
Amo, punto.
Passo questi momenti in a clockwork orange, e il tempo mi ticchetta contro, ho solo domani, Vorrei che domani fosse. Vorrei che non fosse nulla.
Come sostenevano i Placebo, "without you I'm nothing.".


mercoledì 8 luglio 2009

All Because Of You - Part One

Via, una volta tanto non troppa angoscia, un po' sì, quella ci deve essere, ma almeno scrivo, ovvero ho scritto, qualcosa di quantomeno più interessante dei miei soliti sproloqui sul male di vivere.
...
...
Provo a scrivere qualcosa di vagamente sensato, con amanuense e scordata volontà.
C'ho solo il quadernino famoso.
Il tempo non passa mai.
Pagherei oro per avere sotto le mani Biotronic e una tastiera.
Partenza metro Gessate ore 18.00, due cambi al volo, io eterna auto smunita faccio fatica a raccapezzarmi delle distanze.
Due cambi Metrò molto aerei, una scarpinata tutt'ora affrontabile per le mie atrofizzate estremità...alle 20.00 pronta a gonfiare il mio provvidenziale e fighissimo materassino, dritta per dritta al Gate no. 10.
La conta a colpo d'occhio di neanche 50 presenti pone fine al panico che da ore mi rodeva; nell'immaginario di U2 fan che ipoteticamente avrebbero dovuto piantare il picchetto prima di me.
inizia l'organizzazione autogestita degli arditi che per nulla al mondo avrebbero rinunciato al recinto, gli Eletti dell'Artiglio.
Si torna a scuola, o in carcere forse, giù di liste e appelli a squarciagola, numeri tatuati al braccio con il pennarello indelebile...il precoce accerchiamento delle transenne con la sollusione di un'incerta security.
Carne da macello, una mandria di più o meno cristiani da ogni urbe d'Italia, pronti, loro malgrado a seguire il gregge.
Beh, beh, beh. Pecore. Siamo delle pecore, io sono la prima ad ammetterlo.
Consolante constatazione, l'età media era over 30, se sono suonata (e il se non è particella ipotetica), sono in buona compagnia.
Cala la sera, Luci A San Siro, ma più che le immense parole di Vecchioni, la cornice gentilmente compresa nel prezzo era disegnata da nugoli di zanzare assassine.
Avanti Savoia.
Stabilisco con stupore una piccola rete di conoscenze, punti stabili per affrontare la missione.
Perchè alla fine di quello si trattava, di una missione, dettata più che altro dal desiderio di autoaffermazione, del bisogno di avere la conferma che "posso".
La sera avanza, la maggior parte dei temerari dorme, io girovago, fumo una paglia dietro l'altra, c'ho l'ansia perchè non ho il biglietto giusto, e lo devo assolutamente ottenere.
Mi pare di essere una pusher, in compagnia solidale di una raazza umbra ad abbordare ogni new entry, proponendo scambio o vendita del mio fottuto Primo Anello Blu Vs. un Prato.
Nel frattempo mi viene affibbiato il ruolo di traduttrice ufficiale, in favore di un gruppo di finlandesi ciucchi,
La Vale multilanguage a difesa del diritto di comunicazione dei derelitti, Amen.
In the meanwhile suona il cell. il mio suona molto poco in effetti, e quando suona, so già che gli utenti sono solo due, e invece una voce a sorpresa, che non conoscevo, una voce che è conforto, che fa inumidire gli occhi, per dire quanto poco sono abituata all'affetto gratuito.
Ore 3.15, dopo la distrazione di un bel frontale, ancora a girare come uno spettro, tentativo di riposo.
Che poi io a riposare sono pretenziosa, che mi ci vuole soprattutto silenzio...via a rigirarmi sul cazzuto materassino.
Per 20 minuti ho dormito, alleluja.....
Solo che...alle 04.30 http://www.ilmeteo.it/ ha deciso che era ora di fare fede alle previsioni.
E' partito il diluvio, immediato, inaspettato, spiazzante, acqua a secchiate...
E via a trascinarsi un minimo sotto l'effimera copertura dell'anti-biglietteria.
Tre ore di acqua scrosciante, incessante, quella pioggia che la capisci dall'odore che non smette, quella pioggia che non dà tregua, e vaffanculo all'essere Irish Soul, perchè così in Irlanda non piove.
Un cane bastonato, gocciolante da tutte le parti, battevo i denti, l'immobilità totale era l'unica soluzione, una paglia, un po' di Gatorade, ma uno sconforto imminente, demotivata, deragliata, senza forze.
Quella vocina dentro la mia testa che azzittivo da ore, ha cominciato a berciare più forte che mai: "Che cazzo ci faccio qui!!??? - Non ce le ho le forze, non ha senso."
Non c'è più l'emozione, quella constatazione è una specie di condanna.
In mezzo a questo allegro paesaggio ho scoperto che per mia sfortuna non ci sarebbe stato l'auspicato passaggio di rientro, e quindi, alle 9,30 della mattina ero proiettata verso una seconda notte di passione.
Stavo per cedere eccome.
Parlavo da sola, non a voce alta, però facevo le mie considerazioni, potevo essere a casa a pranzo, sdraiarmi a letto, in un posto pulito, avrei potuto andare in bagno, lavarmi, fare quelle cose che non ci si dà peso finchè non ti mancano....
Volevo cedere proprio, mentre pensavo a quelle cose lì, volevo proprio dirmi che non basta l'autoconvinzione, che una leva non sposta il mondo e io non ho niente di geniale proprio.
Poi è spuntato il sole (sempre mentalmente ho pensato subito a John Lennon, "Here comes the sun"), che, cazzo quanto è sottovalutato il sole, anche se io non sopporto la luce.
Ad onor del vero, anche se in certe situazioni sembra poco, ma invece è tanto, avevo un supporto, una persona che c'era, che non definirò mai il mio migliore amico, una persona che non so come definire, forse una roba tipo "la mia roccia", perchè quello è, il mio punto di riferimento.
Sapere che qualcuno c'è, magari non è come si vorrebbe, ma è tutto quello che può, e quel tutto quello è un'ancora, e poi me ne rendo pure conto io, che delle volte pretendo troppo, e non perchè io sono egoista, o forse sì, e non perchè voglio chissà cosa, è perchè ci sono momenti in cui il sentirmi sola è un macigno che mi toglie il fiato.
Poi però, senpre il Meteo.it c'ha preso, dalle 10.oo schiarite.
Vai di paglie a ripetizione genere mitragliatrice e flaconcino di guaranà-caffeina e altri eccitanti di improbabile pronuncia.
Vai a reintegrare il sangue espropriato salle mosquitos con il sacro luppolo.
Come si fa? Si fa che si fa e basta, anche se tutti i muscoli del tuo corpo rifuggono l'esorcismo e pensieri e parole sono dislessia pura.
E poi cominciano gli ambulanti e i bagarini.
Punto di non ritorno.
Dentro o fuori, non bisogna elucubrare troppo, se si fa, si fa.
Cedimento ancora.
Girovagare per il piazzale, ritornare dentro alle transenne, cercar di far scorrere ore che non passano mai, perdi di vista l'obiettivo.
Poi io dico, a me, da me stessa, mi ha salvato l'esser stata designata traduttrice del Gate, ogni cristiano da qualsiasi parte provenisse, la security me lo sbolognava a me, informazioni sui biglietti, sulle file, sul palco, tutto io dovevo dire, e in effetti ero pure contenta, che capivano bene e mi ringraziavano tanto, che io sono sempre convinta di non essere in grado, sotto sotto, però alla fine mi sa che sono brava.
Poi è arrivata la speranza, il raggio di sole proprio, c'era questo ragazzo, professore, che aveva voglia di parlare (ci dovevo parlare io x forza!), quando gli ho chiesto da dove veniva...Derry! Ho visto la luce gli ho parlato del mio pub preferito, accenno alla Bloody Sunday, e lui mi ha regalato il suo libro, prima copia.
E in quel momento non mi sono sentita una pecora, mi sono sentita in grado di condividere, e mi sono anche detta che se uno non lo sa non può capirlo, e da Irish Soul, io ho il sogno di fare vedere e vivere Derry.
It's my promise, it's my pride.
...To be continued...

sabato 27 giugno 2009

A Day Without me

Mi è venuto in mente a caso questo pezzo, uno dei primissimi degli U2, non mi ricordo neanche com'è la melodia, solo il testo: "I'm starting a landslide in my ego. Look from the outside to the world I left behind. I'm dreaming, you're awake."
E' un pezzo che parla di suicidio (toh che strano, si vede che oggi sono più allegra del solito!) dell'immagine mentale del proprio funerale. Il fatto è che non mi devo neanche impegnare più di tanto per immaginare questa panoramica, penso che sarebbe un giorno di sole, perchè il destino non mi darebbe nemmeno l'ultima soddisfazione di un giorno plumbeo, sarebbe un giorno di sole e ci sarebbero sì e no dieci persone, comprese i parenti. Questa è la conta degli affetti che mi sono alacremente costruita nel corso degli anni.
Immagino un prete a recitare parole senza emozione, rivolte a rincuorare persone che non ci credono, posso quasi sentire le palate di terra che cadono dentro alla fossa, tump tump tump, l'odore dolciastro e nauseabondo dei gigli, quell'odore proprio dei fiori per i morti, qualche lacrima, pochi singhiozzi, e il mondo continuerebbe a girare, e la mia assenza non sconvolgerebbe l'esistenza di nessuno, in fin dei conti.
Perchè non sono niente, sono invisibile, non lascerei tracce degne di nota dietro di me.
Forse qualcuno, anni dopo, si troverebbe tra le mani uno dei miei cd, e si ricorderebbe di una ragazza che conosceva un sacco di gruppi o con cui aveva bevuto una birra, o trascorso una serata, e magari si domanderebbe dov'è.
Forse qualcun'altro prima o poi, in un momento di noia, controllerebbe i contatti skype-msn-blog-facebook e si chiederebbe come mai non sono più on line.
Ma in fondo sarebbero solo pensieri fugaci, senza sentimento, perchè la realtà delle cose è che sono solo un'ombra, il tempo scorre e cancella i ricordi, cancella gli attimi, e io sono già sbiadita ora, anche se continuo a respirare.

lunedì 22 giugno 2009

Per inter-posta-persona

Non ho una psicologa io, alcune di queste non ben delineate figure hanno attraversato la mia strada, pure psichiatri, mi hanno fatto fare anche tutti i test d'ordinanza, loro.
Quelli storici, come quelli dei Blue Vertigo, "ti piacciono i fiori - ti piacciono le riviste di meccanica". Io una rivista di meccanica non so nemmeno come sia fatta, non credo di averne mai viste in edicola.

C'è questa mia amica che invece c'ha una psicologa, a lei le ha consigliato di scrivere una lettera a una se stessa di cinque anni, la cosa mi ha affascinato, mi ha anche un po' fatto storcere le labbra, della serie "andiamo a ricercare la nostra infelicità odierna nei conflitti infantili".

Sì, da piccola vivevo già nel conflitto interiore, ero chiusa io e i miei genitori hanno fatto la loro, perchè intuivano in me qualcosa che sconfinava, che non era nell'ordine prestabilito, come se fosse Verbo, questa idea dell'ordine.

Ero una solitaria, attaccabrighe, mi affascinavano i fantasmi e l'oscurità e stavo bene solo con i maschi.
Volevo lo skateboard ma non era roba femminile.
Volevo giocare a Dungeons & Dragons nelle notti d'estate.
Volevo scappare, fin da piccola volevo scappare, lo so, sempre saputo, non lo dice la Valentina dell'età di Cristo, l'ha sempre pensato quella me stessa che non voleva farsi imbrigliare nel vestito bene, che non ne voleva sapere di fare comparsa da nonni che detestava; che non sopportava già a quella misera età contratta e obbligata, di sottostare a quello che era prestabilito e giusto.

Quella Valentina lì ha scoperto ben presto i libri, non i libri delle favole, i libri "dei grandi", quando la maggior parte dei suoi coetanei non sapeva neanche leggere, e nei libri ha trovato quello che potrei definire ora, un aereoporto internazionale, con un passaporto valido per qualsiasi destinazione.

E poi la musica, quella c'era sempre.
C'era già Guccini a cui dar retta.
Lunga e diritta correva la strada...
Erano viali alberati di platani nelle gite domenicali a cui non avrei voluto partecipare, era già l'eskimo innocente che neanche sapevo cosa significava.
Erano parole che avrei capito e fatte mie solo tanto tempo dopo.

A cinque anni svendevo me stessa e un paio d'ore di simil-quieta condiscendenza, un paio di porcini per un gelato di due palline a Passo Resia.
Era una bambina che scappava, che incontrava razzi segnaletici su una spiaggia nel suo vagabondare, che cercava di tradurre e capire le parole dei Beatles.
Una bambina che aveva una cameretta rosa o azzurra, di vecchio mobilio rilaccato in casa, che già non voleva vedere quei colori pastello, perchè il fascino del nero la faceva sentire più al sicuro.
Voleva crescere per liberarsi dalle catene quella bambina lì, perchè quando era piccola si illudeva che le catene e i muri fossero gli altri.
Bambina, ragazza, donna.
Sempre le stesse costanti.

L'onnivoro senso di inadeguatezza, la sbruffoneria a volte, la finta sicurezza, qualsiasi cosa volta a mascherare, il vuoto.
Quel tarlo che non smette mai di mangiarti dentro, quella "cosa" che pochi sembrano disposti ad accettare e che in fondo, nessuno capisce.
Se potessi, ad un livello superiore di coscienza, tipo la teoria dei quanti, dello spazio tempo, se potessi vedere quella bambina e potessi parlarle, le consiglierei di non credere in niente, di non cercare di sognare, perchè sarebbero solo castelli infranti, le consiglierei di non credere alle persone, perchè tutto passa ed un momento dopo non c'è più nulla.

A quella bambina che probabilmente non capirebbe nulla di questi discorsi da "persona grande", consiglierei solo di provare a cambiare, di non credere più, perchè i sogni esistono solo di notte,
la fantasia al potere è morta da 40 anni, e in fin dei conti non siamo niente.
A quella Valentina, pur piangendo mentre glielo dico, le consiglio di ascoltare il Guccio:

Non siamo la polvere di un angolo tetro

né un sasso tirato in un vetro

Lo schiocco del sole in un campo di grano,

non siamo, non siamo, non siamo?

Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione

è un film di seconda visione,

è l'urlo di sempre che dice pian piano:

non siamo, non siamo, non siamo.

sabato 13 giugno 2009

Perchè? - Perchè si cambia

Perchè una volta ero diversa?
Perchè era una volta, tempo passato. Si cambia, la vita ti fa cambiare, le scelte cambiano, il percorso cambia, non si può rimanere quello che si era.
Le poche persone che mi conoscono mi guardano e scuotono la testa, pazienza, io parvenze di normalità non ne ho mai avute.
Non mi ritengo più folle del consueto perchè non faccio più, sono io, io che a quasi 33 anni forse ho perso lo smalto, io che mi sono stancata di inseguire ideali, io che ho trovato nell'immobilità dentro e fuori la mia costante.
Nessuno mi ha tolto nulla, non ho mai creduto a chi mi diceva che non potevo qualcosa; quello che potevo o meno fare o desiderare l'ho sempre stabilito io, le circostanze o gli avversi strali mi hanno dato quasi sempre torto, ma ho imparato la pazienza e la sopportazione.
Non sono mai stata una persona ottimista, le volte che ho provato ad esserlo, la vita e gli episodi hanno chiesto pegno.
Certe persone non sono nate per essere serene, prenderne atto non è una rinuncia, è semplicemente essere obiettivi, smettere di sprecare tempo ed energie alla ricerca di qualcosa che non sarà.
E' inutile filosofare sul tempo andato, è inutile recriminarsi su azioni compiute, su pensieri o sentimenti...non serve a nulla.
Credo che dal momento in cui veniamo al mondo scatti una sorta di timer, si può provare a guadagnare tempo, come nei videogiochi, a cercare di raggiungere i bonus, premi extra, ma alla fine dei conti il timer continua a scattare, ed è effimero illudersi di batterlo.
Nell'istante in cui se ne prende coscienza è tutto più facile, è comunque dura, verrebbe lo stesso voglia di urlare, ma quando si realizza che il muro di fronte è invalicabile, passa l'utopia di scalarlo.

domenica 17 maggio 2009

Once Upon a Time

Una volta ERO.

Ero diverse cose, in primis ero una persona, non un’ombra.
Una volta facevo delle cose.

Andavo ai concerti, da sola, armata del mio zaino, del mio i-pod, della mia digitale e della voglia che avevo di vivere la musica, non importa quali concerti, poteva essere un locale di Marina di Ravenna, quanto un concerto grandioso all’Olimpico o a San Siro, prendevo e andavo.

Una volta decidevo di fare delle cose, e le facevo, senza pensarci troppo, oppure se ci pensavo, era solo perché la folgorazione del momento aveva bisogno di un piano strutturato, per la sua realizzazione.

Una volta ero una runner, certo, per chi corre maratone o si allena a 12 km al giorno, i miei patetici 3.5-4 quotidiani possono sembrare patetici risultati, però io l’ho fatto per un anno e mezzo, ho abbandonato il confortevole tapis roulant per l’asfalto; con la pioggia e con il sole, con la febbre, rinunciando alle pause pranzo, cambiandomi nel bagno dell’ufficio e ritornando coi minuti contati per darmi una minima ripulita, correvo sotto l’acqua, correvo con 35° alle 13.30 nel mese di luglio, perché me lo ero imposta, e l’ho fatto, sempre, anche se magari la notte avevo dormito tre ore e non ne avevo la minima forza. Correvo.

Il mio I-Pod è spento è scarico da mesi, non so da quanto tempo non metto su un cd e non ascolto musica, mi sa da quando è uscito l’ultimo degli U2, ascoltato tre volte e nemmeno comprato l’originale, questo è sintomatico, non solo dello stato miserevole delle mie finanze.

Una volta non facevo altro che pensare all’Irlanda, era la mia droga mentale, dovevo tirare avanti, tenere duro, perché sapevo che in qualche modo sarei tornata sulla Verde Isola, che per me era una sorta di Strawberry Fields ”Nothing is real and nothing to get hung about…” .
Solo che l’ultima volta che ci sono stata, la mia “specie di ritorno a casa” mi ha assorbita completamente, la mia essenza vera è rimasta là, intrappolata nel check in forse, overluggage emozionale, non mi hanno imbarcato, nessuna extra charge possibile, e quindi mi sono riportata a casa (concetto quantomeno discutibile) solo una crisalide, un guscio vuoto che lascia intravedere le forme di quella che poteva essere un farfalla, che però ha già preso il volo, troppo presto, con le sue ali immature, troppo debole alle atlantiche mareggiate.

Vivo questa vita sospesa, ogni giorno uguale, senza obiettivi, senza speranze, il semplice esercizio del tirare a campare, cercando che il male non prenda il sopravvento.

E ho paura, ho paura di un futuro che non so cosa mi possa riservare, ho paura di non essere più in grado di essere quella che ero, perché mi sento così inadeguata al contesto, ad ogni contesto.
E mi mancano le forze, non ci sono, e non so dove andarle a cercare, perché non ho più il miraggio della fine settimana lavorativa, di qualche cosa emozionante da fare o persone da vedere, o viaggi a cui aspirare, mi manca il sogno, mi manca l'utopia.

Una volta scrivevo, la maggior parte delle volte deliri, a volte ho partorito qualcosa di buono, ora temo ogni volta che abbozzo qualche cosa, perché so che quando scrivo faccio male a qualcuno.

giovedì 7 maggio 2009

Ma come tutte le più belle cose...durasti solo un giorno, come le rose...

Genova ancora.
Dopo quasi un anno dalla prima volta, che di Genova me ne sono innamorata subito...mi hanno detto che sono facile all'innamoramento, ma non è una cosa standard, mi innamoro della bellezza, questo darei come assioma.
E per bellezza intendo quello che si vede oltre la superficie, quello che mi fa provare emozioni, vibrare la voce, quello che mi fa ridere e sorridere, quello che mi smuove dentro e riesce a superare la barriera di silenzio e solitudine che normalmente mi impediscono di vivere ed essere la persona che potrei essere.
Genova mi fece quest'effetto la prima volta, non solo Genova.
Sapevo che ci sarei tornata, non sapevo quando, come o con chi, ma sapevo che ci dovevo tornare, ormai quella città ha un posto particolare dentro di me, perchè è legata al Faber, e poi ad un periodo della mia vita, un periodo in cui ero andata a cercare me stessa e a leccarmi qualche ferita.
E a Genova ormai ho la certezza di non perdermi, anche se non so fare ad orientarmi col sole e con i punti cardinali.
E allora ho visto la mostra del Faber, che non vederla sarebbe stato proprio un peccato, e mi sono commossa...ma però non ho pianto, quasi, solo un pochino, nel leggere le parole che scrisse al padre quando era stato rapito...fossi stata sola e sperduta come lo ero l'anno scorso ne sarei uscita affranta, con la sola compagnia del mio i-pod (sono mesi che non lo accendo!).
Mi sono fatta un po' pena da sola, a rivedere dal di fuori la topaia di albergo in cui ho passato cinque giorni da sola, e a ripensare ai miei vagabondaggi senza meta.
E invece no, ho scoperto che sono ancora in grado di ridere davvero, che non sono solo la persona cupa, introversa e lacrimevole che pensavo di essere diventata, anche se io di merito ne ho poco, perchè se non esistessero persone veramente speciali, da sola temo che quella condizione mi apparterrebbe ad oltranza.
E il pesto come lo fanno a Genova, tipo nell'Antica Trattoria da Maria, secondo me non lo fanno da nessuna parte.
E crogiolarsi al sole o su una panchina nel Porto Vecchio è qualcosa che rimane dentro, che io era tanto tempo che non vedevo un cielo così azzurro, che poi oggi ho inaugurato la stagione delle infradito...e ho pure preso un po' di colore in viso, che a forza di stare autorinchiusa nella mia cripta ero diventata pallida come un cadavere.
E camminare per carrugi...non me ne stancherei mai...sono solo quegli spazi vuoti che poi mancano, ma quando non si può oggettivamente riempirli di qualcosa che non c'è, è inutile autoflagellarsi, accontentarsi non è un sacrificio.
Ne vale la pena. Giornate come queste colmano i vuoti, basta solo non pensarci troppo...



Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.
(Fabrizio De Andrè. POETA)

mercoledì 22 aprile 2009

Where is my mind?

Dove sono io? Dov'è la mia testa...dov'è finita la persona che sono stata?
Sto cominciando seriamente a chiedermelo e non trovo una risposta.
Quella persona non c'è più, io spero non sia morta, quello spero, però ora è in uno stato che si può definire coma...l'aggettivo vigile è discutibile.
Tutto quello che mi passa per la testa riguarda il passato, tutti verbi passati, ero, avevo, provavo, sentivo, vivevo...ora? Il vuoto totale.
Se non fosse che abito con una persona, so per certo che non avrei neanche le forze di alzarmi da letto, per combinare qualcosa, per adempiere a doveri domestici e compagnia bella.
Ho eletto la camera da letto a mio rifugio, tana, cripta, qualsiasi appellativo gli si voglia dare, tutto per tenere lontano il mondo...
Fatico davvero tanto ad uscire di casa, ma tanto tanto, se non fosse per esigenze pratiche, tipo viveri e qualche libro...beh penso che non metterei il naso fuori del tutto.
Questo non mi era mai successo. Anche se da diverso tempo rifuggo il "fuori", la vita sociale e tutto quello che ne consegue...ecco, io adesso mi ritrovo a non riuscire ad uscire fuori...io non so come spiegarlo, ma è una sensazione brutta...comincio a tossire...non come se avessi la tosse, ma mi viene questa cosa che tossisco e poi diventano praticamente conati....e se sono in un posto, ovvero, quel posto è sempre e solo un qualche supermercato...trovo la fila alla cassa (poi che culo, becco sempre extracomunitari & soci che per pagare ci mettono un rosario di tempo!) e mi rendo conto che non ce la faccio...vorrei urlare che si sbrighino, che io non ho tempo da perdere...
Questa angoscia della fila alle casse l'ho sempre avuta, non è una news, ma mentre prima era motivata da impegni lavorativi imprescindibili, ora è motivata semplicemente dal fatto che meno tempo passo fuori di casa, meglio sto.
Primavera? Che fretta c'era?
Una volta era la stagione che più amavo.
Ora per me le stagioni non esistono più, cosa faccio? Dormo.
Dormo al punto che, tante volte mi sveglio non sapendo se sia giorno o notte, e allora afferro il cellulare e cerco di rendermi conto. La sogno anche questa cosa, di ghermire il cellulare e scoprire che ora è. Spesso mi sveglio di botto pensando di essere in ritardo per pranzo o cena...
Mentre in realtà sono le cinque del mattino o del pomeriggio.
Direi che il mio ritmo circadiano è andato a puttane.
A voler esser sinceri, fosse solo quello, andato a puttane, non sarebbe un grosso problema.
Il problema sono io, il problema è tutto quello che mi circonda, il problema è il buco nero che ho dentro, il problema è questa consapevolezza di essere sola, che non mi smentisce mai, il problema è che nessuno riesce ad amarmi, il problema è che lo so che mi hanno maledetto.

lunedì 20 aprile 2009

Pink Floyd - Wish you were here

Dedicata a due persone che amo, che una la ringrazio tanto per avermi fatto scoprire queste cose. E all'altra, vada come vada, I.S.

domenica 19 aprile 2009

The all'arsenico.

Ed eccomi here again. Coerenza zero.
Non è chiedere a qualcuno cose esplicite. E' tipo che io le cose le sento.
Io se sento il mio migliore amico che sta male lo capisco, magari non ci posso fare un cazzo, magari me ne accorgo ore dopo, o magari lo sento subito, ma la mia instabilità psicologica non mi dà modo di essere raziocinante sostegno.
Ebbene, sto male, come mai prima,
Mi sento dire a destra a e sinistra che si vuole il mio blog.
Hiraeth non c'è più. è morta.
Quella persona non esiste più.
Io sono un peso e sono un macigno.
Io sono una persona che è meglio non vedere.
Benissimo.

A chi mi ha letto e seguito...

Non sopporto più gli U2 (HO UN BIGLIETTO DA VENDERE!!!!!)
...ma soprattutto io non voglio più vedere, ne sentir dire, nè nominare IRLANDA,

lunedì 13 aprile 2009

The end

Chiudo con un commento ad un'amica.
Chiudo perchè non ce la faccio più a spiattellare ogni tre per due quello che sento, siccome quello che sento è un dolore che mi toglie il respiro, non mi fa dormire (senza dosi elevate di aiutini), non mi fa mangiare.

Non ho più la forza di fare nulla.

Ebbene, come diceva quella perfetta sapiente di mia madre "sono un vegetale".

Okkei. ci sta.

Si vede che nelle mie vite passate ho fatto tanto proprio tanto male per essere così ora.
Ormai non credo neanche più di essere Cattolica.
Non voglio pacche sulla spalla, "passerà" - "è un momento" - "hai una vita davanti".
Basta blog, basta puttanate, è assolutamente inutile che io sappia scrivere frasi, periodi, esprimere concetti che magari possono venir condivisi, se io ho la morte nel cuore da quando apro gli occhi a quando mi riesce chiuderli.

C'avessi pensato prima avrei potuto fare un blog più dark, invece di costellarlo di frasi, canzoni, video, o cose sentite e pseudo-intellettualoidi.

Oggi ne ho avute, non una, ma ben due, di opinioni....non c'è un cazzo da fare, non capiscono...e quelle due opinioni erano per me importanti, ma se non mi si capisce....non faccio i corsi.
D'ora in poi stop tutto. Isolamento totale.

domenica 12 aprile 2009

Considerazione, che vale poco

Come tutte le stronzate che ancora mi ostino a scrivere sul mio blog idiota.
C'è una mia amica che ultimamente ha la fissa per Guccini, a volte mi chiedo se gliel'ho attaccata io quando mi è ricominciata a me, magari un po' pretenziosa e supponente come idea, va beh, c'entra niente...Io da un bel pezzo c'ho questa cosa di Guccini, perchè poi, in questo periodo non sono in grado di ascoltare De Andrè e poi perchè il Guccio è diverso, e almeno lui c'è ancora e io mi riconosco tanto tanto nelle sue parole. E allora oggi in quella che è stata per me una delle ennesime giornate tristi e vuote, che poi quando ci sono le feste è sempre solo peggio...mi è venuto in mente questo pezzo qua...

Non starò piu` a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi giocando con i miei giorni ...col tempo

O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita ...dei piedi

Queste cose le sai per te sian tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d'azione o di parola,
volando come vola ...il tacchino

Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d'orgoglio mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno
ma... c'e` una vita sola non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell'energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi buoni ad ogni evenienza inseguendo la scienza ...o il peccato

Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi buoni
e abbiam gli stessi mali siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri... coglioni

Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia, di un altro, non vale...

D'altra parte lo vedi scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa pago le mie illusioni
fingo d'aver capito che vivere è incontrarsi
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare... grattarsi

(F. Guccini - Canzone Quasi D'amore)

mercoledì 8 aprile 2009

Spring time - again -

Era pure il titolo di un pezzo dei Meganoidi.
E' veramente alienante accorgersi che è primavera solo perchè non ho più bisogno del piumino d'oca per fumare le mie sigarette in terrazzo.
La primavera era sempre stata la mia stagione preferita, mi dava un'idea di promessa, tanti ricordi di quando ero giovane erano legati a questa stagione.
pergolati, le prime mangiate all'aperto...la promessa del caldo imminente,
Il profumo dell'aria che di punto in bianco è "diverso", i colori degli alberi, le magnolie che sbocciano, le giunchiglie che mi fermavo a raccogliere ai bordi delle strade e mi profumavano casa.
Quel senso di gioia e di aspettativa, senza neanche sapere di che cosa, ma quell'insita promessa che la Primavera racchiude come stagione.
Ecco, io ho realizzato che questa cosa non la riesco a sentire più...e la cosa pegggiore è che non mi manca neanche.
Sono scesa un minuto, a portare via la carta, che domani è il giorno della raccolta della carta, e davanti a casa c'era un gruppetto di ragazzi e ragazze, e ho notato solo che non avevano il cappotto, ma i giacchetti di pelle e gli stivali scamosciati le ragazze.
Li ho odiati immediatamente.
Odio assistere al passeggio.
A gente che sta in compagnia e gira e scherza e ride, e poi che molto spesso disturba pure il mio sonno quando dormo (mi sento molto Clint in quelle situazioni).
Solo che le persone sono limitate...uscire-uscire-uscire. Questa dovrebbe essere la salvation.
Tutta queste serie di predicozzi a 360° gradi, che van bene per lavoro, soldi, amore, amicizie....
"Bisogna reagire!". Sono frasi fatte del cazzo. E la gente a mio avviso, non dovrebbe dispensare consigli con tanta leggerezza...visto che nella stragrande maggioranza dei casi non sa di cosa sta parlando...o è ancora più incasinata!
Se volessi consigli utopici su armonia e serenità e cazzate varie (chiedo scusa a chi ci crede), avrei fatto qualcosa o mi sarei mossa in tale direzione.
Sono convinta che il dolore sarà la parte costante della mia vita, e anche il sacrificio, quello senza dubbio. Non vado a frignare da nessuno.
Non è cambiato nulla, sono purtroppo sempre io.
Ribadisco, per l'ennesima volta, NON sono una persona allegra, NON sono e probabilmente non sarò quasi mai felice. IO sono così.
Odio le frasi banali, le pacche sulla spalla.
Se non mi si capisce è inutile, quasi quasi lo chiudo sto cazzo di blog.
Il dolore è forse l'unica cosa che mi fa sentire viva, nessuna novità.

"solo che il tempo stringe la borsa
e c'e'il sospetto che sia triviale
l'affanno e l'ansimo dopo una corsa
l'ansia volgare del giorno dopo
la fine tragica della partita
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa...che chiami...vita..."

mercoledì 1 aprile 2009

Su quello che è stato, non sarà più

Sulla playlist del mio pc ora c'è "Don't Look Back In Anger" degli Oasis. Questo pezzo mi commuove sempre, perchè mi ricorda una lontanissima mattina di pioggia, era gennaio, ero appena tornata dal'Irlanda, la prima volta, e mentre andavo al lavoro, credevo che la mia vita sarebbe potuta cambiare e che "non dovevo guardarmi indietro con rabbia".

Gli anni a seguire mi hanno confermato che in realtà la mia speranza era solo un'utopia.

C'è una mia amica strega che parla di Karma, che sarebbe tipo un concetto per cui ad azione consegue reazione...se hai provocato tanto dolore e ti sei comportato male, quel male ti ritornerà indietro. Io ecco non credo di avere fatto poi così male al prossimo mio, anche se ho rubato un sacco di bicchieri da birra e portacenere. In linea di massima ho sempre cercato di comportarmi bene con le persone, di metterci del mio e di non lesinare affetto, di non mentire gratuitamente...
Però ecco, allora io mi sento di dire che questa cosa del Karma non mi convince, perchè sono piuttosto sicura di avere ricevuto più "botte" di quelle che ho dato.

Un'altra persona che speravo mi capisse, sosteneva che provare anche un solo giorno d'amore per dire, -dopo, quando tutto finisce- che è meglio averlo vissuto quel giorno e che vale la pena a costo dei magari duecento, di dolore che me conseguono...sul fatto che valga la pena averlo vissuto concordo, che però il fardello che ci si debba portare dietro, debba essere così lungo e così amaro; anche no.

Io credo che ci siano delle persone che, per qualche motivo, non potranno mai essere felici, possono magari solo sfiorare il concetto di felicità, per qualche attimo, ma poi, inevitabilmente, ritorneranno nel loro buco nero, c'è chi sostiene che è colpa loro, che in realtà se lo cercano, che potrebbero uscirne se solo lo volessero, ma non è così.

Ho avuto delle speranze, ci ho creduto, ho fatto tutto quello che era in mio potere fare, perchè quello a cui tenevo più di tutto, potesse realizzarsi.
A volte credo che sia meglio essere ipocriti, io dalla mia sincerità in effetti ci ho sempre guadagnato poco.

Nel giro di tre giorni in effetti, per avere osato essere sincera, credo di avere perso tutto.

Non tanto le cose tangibili, ho da mangiare e ho un tetto sopra la testa, ma quelle che erano le mie speranze, i miei sogni, le cose in cui credevo, sono svanite, tutte, una dietro l'altra.

Oggi se n'è andata anche l'ultima, quella che è sempre stata la costante della mia vita, il mio conforto, il mio "pensiero positivo" quando tutto andava male pensavo ad un posto, pensavo che quando mi sarei risollevata, quel posto sarebbe stato lì, per me, per sentirmi viva...ora come ora non credo nemmeno più in quello.

L'ultima volta che ho visto quel posto, era inverno, luce ce n'era poca, freddo tanto, ma non l'ho mai vissuto così intensamente, non ho mai sentito così tanto calore, ma la candela è bruciata troppo in fretta...per un po' ne è rimasto il profumo, poi solo i ricordi.

Di quello che è stato ormai non rimane più niente...tutto è finito, il tempo non torna più, quel che è stato è stato, fatto e finito, poi io sono una povera cogliona che ci ripensa e piange, ma le cose stanno così.

A dirla tutta, non ho più niente.

Il buon Guccio cantava Dio è Morto, ma c'era la speranza finale...io l'ho persa, le ho perse tutte.